La fotografa

Lui e la fotografa

Era notte fonda  eppure una luce abbagliante mi investì, improvvisamente.

Era il flash di una macchina fotografica.

Una ragazza era seduta su una panchina, attenta a scegliere l’inquadratura giusta per immortalare la via d’accesso a quella piazza.

Subito dopo aver scattato, si alzò e, con uguale perizia, inquadrò una panchina. Su quel piano c’era una coppa di gelato, vuota. Sembrava messa lì di proposito. Sembrava raccontare la solitudine di questa veloce fotografa. Dopo quella panchina ne fotografò un’altra e via via ogni particolare della piazza.

Mi sedetti sui gradini senza perderla di vista. Non si fermava mai.

Quando si scatta una fotografia non si ferma semplicemente un attimo; in realtà, si cerca di riempirlo. Una strada, in una fotografia, diventa quella strada, una panchina quella panchina, una piazza quella piazza. Con la fotografia si tengono a battesimo le cose, le si toglie dall’indefinito per collocarle nello spazio definito dei ricordi.

Quella ragazza stava mettendo sé in ogni oggetto. Imprigionando tutto sulla pellicola.

Quella era la sua piazza, anzi… la loro piazza.

Quella in cui si incontrarono la prima volta, si diedero il loro primo bacio. La piazza in cui si ritrovarono dopo aver litigato ferocemente. La piazza che vedevano dall’alto del parco dove, per la prima volta,fecero l’amore. Quella in cui lui l’abbracciò stretta, mentre piangeva. Quella in cui vi avevano bevuto, ballato, aspettato il ritorno dell’altro.

Quella in cui le chiese di sposarlo.

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