Lui

Il giorno di lavoro è stato peso sulle braccia. Avanti e indietro sul cantiere. La polvere spalmata sui nostri visi e ancora il profumo di Lei nelle narici.

Ecco che penso a lei, ancora e solo a lei. Questo pensiero fisso sembra quasi dare un senso, una variante allo sforzo del lavoro.

E’ stata una notte di intrecci e… il suo giovane corpo una vertigine per il mio equilibrio. Un bisogno di reggersi per evitare di cadere.

Quelle sue dita lunghe capaci di sfiorare ogni angolo, curva. Nessun imbarazzo per gli anni che ci separano e che la mia pelle racconta. Una regina dell’amore che sa come governare un popolo di amplessi.

Assorbito dalle sue geometrie, mi ha condotto a scoprirle tutte, con passione ed aria complice.

Le sue labbra, sapore di fragole rosse.

Da quanto tempo non ero di una donna, così, senza riserve…io ed una donna?!

Una meraviglia. Lei, Tamìna, la mia meraviglia. Un vento improvviso che ruba i miei sogni, sussurra l’amore e me lo offre,

Ho amato una donna. Da subito, ho amato questa donna.

Non durerà. Perché dovrebbe?

Smetta quando vuole, intanto io amo.

Lei e il poeta (2)

Una poesia e il silenzio ad unirli.

La ragazza continuò a sfogliare lentamente il taccuino, leggendo a ritroso quelle pagine fitte di segni.

C’erano componimenti di ogni genere; si distinguevano poesie, racconti brevi, lettere e nella prima pagina…uno schizzo. Il profilo di una ragazza, capelli lisci, sguardo perso. Sembrava lei.

Gli sorrise. Lui imbarazzato. Lei lo prese per mano e lo tirò con se’ verso la prima panchina libera del parco difronte alla fermata dell’ autobus.

“Oggi non ho impegni “-disse -“Resto qui. Scrivimi una storia.”

Riconsegnò il taccuino e lui…iniziò.

“Ho passato notti intere ed insonni a cercare un aggettivo, un nome che potessero ricordare qualcosa di te e delle volte che ti ho cercata e incontrata tra fermate di autobus cittadini. Ogni singola parola che ho posato su questi fogli bianchi l’ho scritta per te.

Ogni storia che ho inventato,ogni personaggio che ho creato, l’ho fatto solo per raccontare quanto sono innamorato di te. Scrivendo mi appare tutto più facile, immediato. Non credo di esser capace di uscire da questa prigione di fogli. Non credo di riuscire a sollevare, ora, lo sguardo e perdermi nei tuoi occhi”.

Lei fermò la mano di lui che dava l’energia alla biro di scorrere.

“Promettimi che sarai così per sempre.”

Poi…lo baciò.

Un cucchiaino affondato nella creme brulee.

Lei e il poeta

L’alba accoglie il mio ritorno. La città sembra rispettare, con il suo silenzio, la mia notte d’amplessi e d’amore.

Ma non sono sola.

Un ragazzo siede sui gradini della cattedrale; marmoreo, con una mano scrive , veloce, su un taccuino, poggiato sulle gambe, mentre, nell’altra stringe un cannolo siciliano. Dove avrà mai trovato quel dolce?

E’ uscito da poco da casa di lei, l’ha lasciata in quel nido.

Sorrido. Siamo due innamorati fuggiti.

Amava una ragazza dai capelli lisci, vista per la prima volta, messa di profilo, su un autobus cittadino. Lei aveva gli occhi furbi, un sorriso accennato e, da quell’incontro in poi, lui non aveva desiderato altro che perdersi sulle sue labbra socchiuse.

Si incontravano spesso, su corse d’autobus sempre troppo brevi. Lei sorrideva, lui la guardava e riempiva il suo taccuino di poesie che lei non avrebbe mai letto.

Era sceso alla solita fermata, questa volta lei lo aveva seguito e non di nascosto. Era spavalda. L’aveva raggiunto e…

“Cosa scrivi?”- disse.

Lui, non aspettandosi quel suo coraggio, tacque.

“Stai sempre a scriver su quel quadernetto. Qualche volta ti capita di guardarmi. Poi riabbassi lo sguardo e scrivi. Tutte le volte, tutte le volte fai così.”

Lui, ancora muto, trovò il coraggio di sfilare il suo taccuino dal tascapane e posarlo nelle mani di lei.

“L’odore spogliato

e reciso

il letto disfatto

sembra

un’abbaiare di sguardi

e di porte

l’urto della pelle

che preme

incurante

dell’eccesso

ed un volere

come di ombra

tra spoglie rotte

di ricordi

caduti dalle labbra

ogni lacrima

si piega

e piange

come un pianto

che sa d’assenza

nessuna dolce

e triste fiaba

potrà mai essere

come il tuo incanto

io rotto sogno

che dorme

sui tuoi seni

ho solo

amore

per i tuoi sconfini”

 

 

Lei e la parigina (2)

“Sabato alle 15:00. Louvre”.

Voleva essere diretta, semplice e lineare. Tutta la notte a cercar la risposta giusta e alla fine era arrivata. Avevano vinto quelle poche parole. Quel messaggio, sotto le spoglie di un sms, le era sembrata la giusta e sola risposta a quel “non riesco ad addormentarmi, manchi tu.”

Non chiamarlo era un rischio. L’avrebbe aspettata?

Ma ormai doveva andare. La prima volta a Parigi, forse la più bella.

Era il pomeriggio di un novembre distratto che si credeva aprile e sorprendeva tutti con un cielo rossiccio e un vento caldo, tutt’intorno.

Arrivata con largo anticipo, aveva trovato un posto in mezzo al caos.

Ad una fila ordinata, all’ingresso di quella piramide di vetro, si contrapponeva il chiasso dei turisti.

Sembrava che il mondo intero si fosse riversato lì.

Ma lui non c’era.

Tutto questo viaggiare verso lui non aveva avuto senso.

Iniziava a non perdonarsi di essere stata così sciocca da credere ad un biglietto e partire.

Forse, lui, l’aveva invitata in un momento di debolezza ma poi chissà quali braccia francesi l’avevano già stretto.

Il mondo ad osservar la sua solitudine. Una solitudine che stancava, annoiava e allungava i tempi vertiginosamente.

15:45.

Tanto valeva entrare al Louvre, sfruttare quelle due ore prima della chiusura e dimenticare il suo sciocco romanticismo perdendosi nell’arte, quella vera.

In fila, sola.

Ora che ci pensava non aveva prenotato neanche una camera; così certa che quella notte l’avrebbe passata con lui.

Sciocca, in fila, sola.

All’albergo avrebbe pensato poi. Ora bisognava distrarsi e vivere.

Superata l’attesa solitaria e il controllo all’ingresso, era lì.

Si strinse nelle spalle e poi, veloce, salì le scale verso l’ala Richelieu.

Fu un attimo, un marchio e un sacchetto di un colore noto attirararono la sua attenzione.

Parigi era il sogno goloso di un macaron di Laudurée diviso tra due amanti e in cima a quelle scale c’era un segnale.

La faccia di lui fece capolino, con le guance rosse e un sorriso.

“Allora eri qui”.

“Ti aspettavo da sempre”.

Al centro di quel propileo di vetro e acciaio, accadde, al sapor di macaron francese, il loro primo vero bacio.

Lei e la parigina

Il buio inganna la mente e le fa credere di essere oltre il sonno. Direttamente nel sogno.

Era stato il nostro buio e il nostro sogno. Una notte d’amore intrecciato.

Lascio il suo letto, lascio la nostra cornice e sono già in strada.

E’ un buio sbiadito che prepara l’alba del nuovo giorno. L’ho lasciato lì. Mai dormire con un uomo la prima notte; ma che stupida regola.

La strada è deserta e non ho voglia di alzare gli occhi sull’orizzonte. Ho paura di smarrire le immagini della nostra prima notte, così vado, a testa bassa, su quel marciapiede.

E’ un attimo. Uno “Scusa, ero distratta” e un proseguire. Mi volto a guardare chi si è scusato così in fretta.

Cappottino nero, un basco alla francese e lunghi capelli color cioccolato. Con una mano trascina un piccolo bagaglio rosa e nell’altra stringe al petto una busta verde, Ladurée.

Il venerdì della settimana precedente aveva ricevuto una lettera. Era lui ad averla spedita. Era partito senza dichiararsi, con quella frase triste e banale del “restiamo amici”; avrebbe iniziato un’avventura e voleva esser solo.

Lei, mai abbastanza coraggiosa, lei…sarebbe tornata alla sua routine cancellando lui. Un amore per sbocciare, ne era convinta, ha bisogno di presenza, vissuto, abbracci, lacrime e, soprattutto, sorrisi. Quando la vita sarebbe stata nuovamente un correre verso gli impegni lui non ne avrebbe più fatto parte. Ma viverlo era diverso da convincersene.

Nella busta c’era un biglietto per Parigi e un post-it.” Non riesco mai ad addormentarmi, manchi tu”.

Era tarda l’ora ed era rimasta sulla porta con quella busta, prima di rientrare nella sua stanza in affitto. Quelle parole le sussurravano l’esistenza di un rifugio, novello e lontano, dove la solitudine era soppiantata dalla compagnia del mondo.

Aveva stretto tante notti la tastiera del cellulare,aveva scritto centinaia di sms mai inviati e soprattutto aveva sperato di dimenticare, dimenticare quell’amore in potenza. Era rimasta in attesa di qualche segno che le indicasse la direzione ed eccoli lì, un biglietto d’aereo e le sue parole.

Come per una vertigine improvvisa le sembrava di perdere l’equilibrio. Capì che doveva rischiare, mettersi in gioco e partire.

Lei con me

Arrivano il tempo e l’occasione, arrivano quando due persone si fermano: allora si incontrano.

E noi ci siamo incontrati.

Ha avuto la capacità di cercarmi, trovarmi e poi farmi perdere…questa donna.

Una notte di corpi intrecciati, affamati di scoperta e lei è ancora tra le mie braccia.

Una torta al cioccolato, con glassa, quando fuori è autunno inoltrato; questo il nostro amarci stanotte.

Ora è quasi mattino.

La osservo sonnecchiare e le sfioro la schiena, bianca come il latte e, forse, un po’ luna.

Cerco le sue dita ma mi sfugge. A lei non piace tenere per mano e so che mai vedrò la sua nella mia.

So che sarà mia a povere dosi, ma va bene così.

Non è una donna da legami. E’ giovane, bella, libera.

Io respiro questa sua giovinezza, me l’ha concessa in dono e lo so…si impara tardi a difendersi dall’amore.

Distratto dai miei pensieri non mi accorgo che mi osserva.

Gli occhi.

Unico segno sicuro di questa nuova appartenenza.

Muove le labbra.

“Ho ancora fiato da prestare alla nostra apnea”.

Sorride e io…non mi stancherei mai.

Lui e un calice di vino

Mezz’ora a riprender fiato e poi, di nuovo, a riesplorare.

Non conosco uomini così.

Lui per me è novità. Primizia tra gli incontri.

Non sa nascondere le nostre distanze, tra età, gesti e la mia sfacciataggine.

E’ il primo uomo a proiettare, su di me, un’ombra più lunga delle altre.

Dov’era mentre cercavo di rincontrarlo? Un’evasione, distante, in un’osteria.

Ho inventato per lui la cucina itinerante; profumi da portare in questo suo nido.

E ora…ora, c’è solo la pelle come barriera tra i nostri corpi.

Lo assaggio come un corposo vino d’annata. Lui è festa di vendemmia e io?!

Mi sfinisco in questa piacevole battaglia di corpi ma non sono sua. Non sono sua, neanche tra questi abbracci.

Vado con il doppio di colpi ma non imprimo amore.

Mi sfugge il legante di questo nuovo intreccio. C’è silenzio; solo rumore di pelle che riduce centimetri.

Non ho fretta di tornare a casa, per questo mi abbandono, ancora, a lui.

Una finestra che sbatte all’arrivo di questo maestrale.

Lui è il mio vento, ora.