Cuore ridente ( Involtini di verza, riso e prosciutto cotto)

  Diogene: Se tu vivessi di cavoli, non saresti costretto ad adulare i potenti!
Cortigiano: Se tu adulassi i potenti, non saresti costretto a vivere di cavoli!”

Ingredienti per 8 involtini:

– 280 gr di riso;

– 150 gr di cavolo verza + 8 foglie intere;

-100 gr di prosciutto cotto a cubetti;

– parmigiano grattugiato;

– 1 litro di brodo vegetale;

– 30 gr di burro;

– 1/2 cipolla bianca;

– vino bianco;

– sale;

– pepe;

-olio evo.

Mettete sul fuoco una pentola con dell’acqua salata e portatela a bollore. Staccate dalla verza, molto delicatamente, 8 foglie esterne , facendo attenzione a non romperle e fatele sbollentare 1-2 minuti; quindi scolatele e lasciatele raffreddare. Dal cuore della verza, prelevate 150 gr di foglie più tenere e tagliatele finemente.

Fate sciogliere in una padella capiente il burro con l’olio e fate appassire la cipolla. Alzate la fiamma, versate il riso e fatelo tostare. Sfumate con il vino bianco , poi unite un po’ di brodo vegetale e la verza tagliata finemente. Salate, pepate e cuocete il riso al dente aggiungendo il brodo poco per volta. Quando il riso sarà cotto, aggiungete i cubetti di prosciutto, il parmigiano grattugiato e amalgamate.

Prendete una foglia di verza ben aperta, mettete al centro di quest’ultima una bella cucchiaiata di riso e chiudete a pacchetto . Riponete, infine, gli involtini in una pirofila, con l’apertura rivolta verso il basso e cospargeteli con il formaggio grattugiato.

Infornate a 200° per circa 15 -20 minuti .

Sfornate gli involtini e… Buon Appetito.

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Cucina a domicilio

Con il servizio di cucina a domicilio,Forchette Forbite creano a casa vostra momenti conviviali davvero speciali.

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Con l’attenzione che mettiamo nella scelta delle materie prime vi garantiamo un cibo sano e di qualità. Le preparazioni di pasta e pane, fatte da noi, hanno lo scopo di farvi riscoprire sapori antichi sempre più rari da trovare.

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Il tutto condito da sane dosi di letteratura.

Pascor litteras.

Lei e un nome

Guardo l’attaccatura della sua mano, dorso sinuoso e minuto. Le sue mani sono come la sua giovinezza.

Sulla lingua sento il calore della zuppa.

Non ho la spregiudicatezza di guardarla negli occhi.

Salgo fino alle labbra e la vedo sorridere. Sorride e non capisco per cosa.

“Sono Tamina” e poi tace.

“Kundera” rispondo e sorrido.

Sembra proprio uscita dal nulla; lo sbuffo di un romanzo che viene a trovarmi.

“Pensi a cosa?” chiede per sentirmi parlare.

Al tuo nome da romanzo, alle pagine di libri che sembrano onde sbattute sugli scogli, al vento tra i miei rami, ad un’acqua di sorgente, o ,forse, a te fanciulla. Penso questo ma non parlo.

Mi dice che è più bello questo silenzio.

Dev’essere ben scomodo per lei indovinare i miei pensieri; staccarsi dal chiasso dell’osteria per ascoltare chi sta zitto.

Ma è stata lei a volermi qui.

“E’ tardi per me. Voglio rivederti.”

“Ho quarantasei anni e faccio l’operaio.”

“Va bene. Quando?”

“L”operaio …tutti i giorni, domeniche escluse.”

Ride.

Mi dice che ho una buona ironia.

Vuole rivedermi davvero. Mi stringe il palmo, fa scivolare un biglietto.

Mi lascia lì.