Lei e il poeta

L’alba accoglie il mio ritorno. La città sembra rispettare, con il suo silenzio, la mia notte d’amplessi e d’amore.

Ma non sono sola.

Un ragazzo siede sui gradini della cattedrale; marmoreo, con una mano scrive , veloce, su un taccuino, poggiato sulle gambe, mentre, nell’altra stringe un cannolo siciliano. Dove avrà mai trovato quel dolce?

E’ uscito da poco da casa di lei, l’ha lasciata in quel nido.

Sorrido. Siamo due innamorati fuggiti.

Amava una ragazza dai capelli lisci, vista per la prima volta, messa di profilo, su un autobus cittadino. Lei aveva gli occhi furbi, un sorriso accennato e, da quell’incontro in poi, lui non aveva desiderato altro che perdersi sulle sue labbra socchiuse.

Si incontravano spesso, su corse d’autobus sempre troppo brevi. Lei sorrideva, lui la guardava e riempiva il suo taccuino di poesie che lei non avrebbe mai letto.

Era sceso alla solita fermata, questa volta lei lo aveva seguito e non di nascosto. Era spavalda. L’aveva raggiunto e…

“Cosa scrivi?”- disse.

Lui, non aspettandosi quel suo coraggio, tacque.

“Stai sempre a scriver su quel quadernetto. Qualche volta ti capita di guardarmi. Poi riabbassi lo sguardo e scrivi. Tutte le volte, tutte le volte fai così.”

Lui, ancora muto, trovò il coraggio di sfilare il suo taccuino dal tascapane e posarlo nelle mani di lei.

“L’odore spogliato

e reciso

il letto disfatto

sembra

un’abbaiare di sguardi

e di porte

l’urto della pelle

che preme

incurante

dell’eccesso

ed un volere

come di ombra

tra spoglie rotte

di ricordi

caduti dalle labbra

ogni lacrima

si piega

e piange

come un pianto

che sa d’assenza

nessuna dolce

e triste fiaba

potrà mai essere

come il tuo incanto

io rotto sogno

che dorme

sui tuoi seni

ho solo

amore

per i tuoi sconfini”

 

 

Cuore ridente ( Involtini di verza, riso e prosciutto cotto)

  Diogene: Se tu vivessi di cavoli, non saresti costretto ad adulare i potenti!
Cortigiano: Se tu adulassi i potenti, non saresti costretto a vivere di cavoli!”

Ingredienti per 8 involtini:

– 280 gr di riso;

– 150 gr di cavolo verza + 8 foglie intere;

-100 gr di prosciutto cotto a cubetti;

– parmigiano grattugiato;

– 1 litro di brodo vegetale;

– 30 gr di burro;

– 1/2 cipolla bianca;

– vino bianco;

– sale;

– pepe;

-olio evo.

Mettete sul fuoco una pentola con dell’acqua salata e portatela a bollore. Staccate dalla verza, molto delicatamente, 8 foglie esterne , facendo attenzione a non romperle e fatele sbollentare 1-2 minuti; quindi scolatele e lasciatele raffreddare. Dal cuore della verza, prelevate 150 gr di foglie più tenere e tagliatele finemente.

Fate sciogliere in una padella capiente il burro con l’olio e fate appassire la cipolla. Alzate la fiamma, versate il riso e fatelo tostare. Sfumate con il vino bianco , poi unite un po’ di brodo vegetale e la verza tagliata finemente. Salate, pepate e cuocete il riso al dente aggiungendo il brodo poco per volta. Quando il riso sarà cotto, aggiungete i cubetti di prosciutto, il parmigiano grattugiato e amalgamate.

Prendete una foglia di verza ben aperta, mettete al centro di quest’ultima una bella cucchiaiata di riso e chiudete a pacchetto . Riponete, infine, gli involtini in una pirofila, con l’apertura rivolta verso il basso e cospargeteli con il formaggio grattugiato.

Infornate a 200° per circa 15 -20 minuti .

Sfornate gli involtini e… Buon Appetito.

Lei e la parigina (2)

“Sabato alle 15:00. Louvre”.

Voleva essere diretta, semplice e lineare. Tutta la notte a cercar la risposta giusta e alla fine era arrivata. Avevano vinto quelle poche parole. Quel messaggio, sotto le spoglie di un sms, le era sembrata la giusta e sola risposta a quel “non riesco ad addormentarmi, manchi tu.”

Non chiamarlo era un rischio. L’avrebbe aspettata?

Ma ormai doveva andare. La prima volta a Parigi, forse la più bella.

Era il pomeriggio di un novembre distratto che si credeva aprile e sorprendeva tutti con un cielo rossiccio e un vento caldo, tutt’intorno.

Arrivata con largo anticipo, aveva trovato un posto in mezzo al caos.

Ad una fila ordinata, all’ingresso di quella piramide di vetro, si contrapponeva il chiasso dei turisti.

Sembrava che il mondo intero si fosse riversato lì.

Ma lui non c’era.

Tutto questo viaggiare verso lui non aveva avuto senso.

Iniziava a non perdonarsi di essere stata così sciocca da credere ad un biglietto e partire.

Forse, lui, l’aveva invitata in un momento di debolezza ma poi chissà quali braccia francesi l’avevano già stretto.

Il mondo ad osservar la sua solitudine. Una solitudine che stancava, annoiava e allungava i tempi vertiginosamente.

15:45.

Tanto valeva entrare al Louvre, sfruttare quelle due ore prima della chiusura e dimenticare il suo sciocco romanticismo perdendosi nell’arte, quella vera.

In fila, sola.

Ora che ci pensava non aveva prenotato neanche una camera; così certa che quella notte l’avrebbe passata con lui.

Sciocca, in fila, sola.

All’albergo avrebbe pensato poi. Ora bisognava distrarsi e vivere.

Superata l’attesa solitaria e il controllo all’ingresso, era lì.

Si strinse nelle spalle e poi, veloce, salì le scale verso l’ala Richelieu.

Fu un attimo, un marchio e un sacchetto di un colore noto attirararono la sua attenzione.

Parigi era il sogno goloso di un macaron di Laudurée diviso tra due amanti e in cima a quelle scale c’era un segnale.

La faccia di lui fece capolino, con le guance rosse e un sorriso.

“Allora eri qui”.

“Ti aspettavo da sempre”.

Al centro di quel propileo di vetro e acciaio, accadde, al sapor di macaron francese, il loro primo vero bacio.

Lei e la parigina

Il buio inganna la mente e le fa credere di essere oltre il sonno. Direttamente nel sogno.

Era stato il nostro buio e il nostro sogno. Una notte d’amore intrecciato.

Lascio il suo letto, lascio la nostra cornice e sono già in strada.

E’ un buio sbiadito che prepara l’alba del nuovo giorno. L’ho lasciato lì. Mai dormire con un uomo la prima notte; ma che stupida regola.

La strada è deserta e non ho voglia di alzare gli occhi sull’orizzonte. Ho paura di smarrire le immagini della nostra prima notte, così vado, a testa bassa, su quel marciapiede.

E’ un attimo. Uno “Scusa, ero distratta” e un proseguire. Mi volto a guardare chi si è scusato così in fretta.

Cappottino nero, un basco alla francese e lunghi capelli color cioccolato. Con una mano trascina un piccolo bagaglio rosa e nell’altra stringe al petto una busta verde, Ladurée.

Il venerdì della settimana precedente aveva ricevuto una lettera. Era lui ad averla spedita. Era partito senza dichiararsi, con quella frase triste e banale del “restiamo amici”; avrebbe iniziato un’avventura e voleva esser solo.

Lei, mai abbastanza coraggiosa, lei…sarebbe tornata alla sua routine cancellando lui. Un amore per sbocciare, ne era convinta, ha bisogno di presenza, vissuto, abbracci, lacrime e, soprattutto, sorrisi. Quando la vita sarebbe stata nuovamente un correre verso gli impegni lui non ne avrebbe più fatto parte. Ma viverlo era diverso da convincersene.

Nella busta c’era un biglietto per Parigi e un post-it.” Non riesco mai ad addormentarmi, manchi tu”.

Era tarda l’ora ed era rimasta sulla porta con quella busta, prima di rientrare nella sua stanza in affitto. Quelle parole le sussurravano l’esistenza di un rifugio, novello e lontano, dove la solitudine era soppiantata dalla compagnia del mondo.

Aveva stretto tante notti la tastiera del cellulare,aveva scritto centinaia di sms mai inviati e soprattutto aveva sperato di dimenticare, dimenticare quell’amore in potenza. Era rimasta in attesa di qualche segno che le indicasse la direzione ed eccoli lì, un biglietto d’aereo e le sue parole.

Come per una vertigine improvvisa le sembrava di perdere l’equilibrio. Capì che doveva rischiare, mettersi in gioco e partire.