Lei e il poeta (2)

Una poesia e il silenzio ad unirli.

La ragazza continuò a sfogliare lentamente il taccuino, leggendo a ritroso quelle pagine fitte di segni.

C’erano componimenti di ogni genere; si distinguevano poesie, racconti brevi, lettere e nella prima pagina…uno schizzo. Il profilo di una ragazza, capelli lisci, sguardo perso. Sembrava lei.

Gli sorrise. Lui imbarazzato. Lei lo prese per mano e lo tirò con se’ verso la prima panchina libera del parco difronte alla fermata dell’ autobus.

“Oggi non ho impegni “-disse -“Resto qui. Scrivimi una storia.”

Riconsegnò il taccuino e lui…iniziò.

“Ho passato notti intere ed insonni a cercare un aggettivo, un nome che potessero ricordare qualcosa di te e delle volte che ti ho cercata e incontrata tra fermate di autobus cittadini. Ogni singola parola che ho posato su questi fogli bianchi l’ho scritta per te.

Ogni storia che ho inventato,ogni personaggio che ho creato, l’ho fatto solo per raccontare quanto sono innamorato di te. Scrivendo mi appare tutto più facile, immediato. Non credo di esser capace di uscire da questa prigione di fogli. Non credo di riuscire a sollevare, ora, lo sguardo e perdermi nei tuoi occhi”.

Lei fermò la mano di lui che dava l’energia alla biro di scorrere.

“Promettimi che sarai così per sempre.”

Poi…lo baciò.

Un cucchiaino affondato nella creme brulee.

Lei e il poeta

L’alba accoglie il mio ritorno. La città sembra rispettare, con il suo silenzio, la mia notte d’amplessi e d’amore.

Ma non sono sola.

Un ragazzo siede sui gradini della cattedrale; marmoreo, con una mano scrive , veloce, su un taccuino, poggiato sulle gambe, mentre, nell’altra stringe un cannolo siciliano. Dove avrà mai trovato quel dolce?

E’ uscito da poco da casa di lei, l’ha lasciata in quel nido.

Sorrido. Siamo due innamorati fuggiti.

Amava una ragazza dai capelli lisci, vista per la prima volta, messa di profilo, su un autobus cittadino. Lei aveva gli occhi furbi, un sorriso accennato e, da quell’incontro in poi, lui non aveva desiderato altro che perdersi sulle sue labbra socchiuse.

Si incontravano spesso, su corse d’autobus sempre troppo brevi. Lei sorrideva, lui la guardava e riempiva il suo taccuino di poesie che lei non avrebbe mai letto.

Era sceso alla solita fermata, questa volta lei lo aveva seguito e non di nascosto. Era spavalda. L’aveva raggiunto e…

“Cosa scrivi?”- disse.

Lui, non aspettandosi quel suo coraggio, tacque.

“Stai sempre a scriver su quel quadernetto. Qualche volta ti capita di guardarmi. Poi riabbassi lo sguardo e scrivi. Tutte le volte, tutte le volte fai così.”

Lui, ancora muto, trovò il coraggio di sfilare il suo taccuino dal tascapane e posarlo nelle mani di lei.

“L’odore spogliato

e reciso

il letto disfatto

sembra

un’abbaiare di sguardi

e di porte

l’urto della pelle

che preme

incurante

dell’eccesso

ed un volere

come di ombra

tra spoglie rotte

di ricordi

caduti dalle labbra

ogni lacrima

si piega

e piange

come un pianto

che sa d’assenza

nessuna dolce

e triste fiaba

potrà mai essere

come il tuo incanto

io rotto sogno

che dorme

sui tuoi seni

ho solo

amore

per i tuoi sconfini”

 

 

Lui e un calice di vino

Mezz’ora a riprender fiato e poi, di nuovo, a riesplorare.

Non conosco uomini così.

Lui per me è novità. Primizia tra gli incontri.

Non sa nascondere le nostre distanze, tra età, gesti e la mia sfacciataggine.

E’ il primo uomo a proiettare, su di me, un’ombra più lunga delle altre.

Dov’era mentre cercavo di rincontrarlo? Un’evasione, distante, in un’osteria.

Ho inventato per lui la cucina itinerante; profumi da portare in questo suo nido.

E ora…ora, c’è solo la pelle come barriera tra i nostri corpi.

Lo assaggio come un corposo vino d’annata. Lui è festa di vendemmia e io?!

Mi sfinisco in questa piacevole battaglia di corpi ma non sono sua. Non sono sua, neanche tra questi abbracci.

Vado con il doppio di colpi ma non imprimo amore.

Mi sfugge il legante di questo nuovo intreccio. C’è silenzio; solo rumore di pelle che riduce centimetri.

Non ho fretta di tornare a casa, per questo mi abbandono, ancora, a lui.

Una finestra che sbatte all’arrivo di questo maestrale.

Lui è il mio vento, ora.

Loro e l’intreccio di labbra

Lei mi passa con le nocche una carezza sopra il dorso della mano.

Non riesco a ricambiare.

Resto fermo.

“Mi piace come sei. Un sasso e io un fiume.”

La guardo in faccia, ho l’impulso di alzarmi e raggiungerla stringendola in un abbraccio.

Resto fermo.

“E io piaccio a te” dice, e non è una domanda.

Non rispondo.

“Allora è sì!” afferma sicura.

“Ma certo. Non ricordo tanta bellezza, qui in questa casa, qui nella mia vita…”

“Non è vero; ma la tua bugia mi suona bene. ” mi interrompe.

Si alza e si avvicina.

Metto un braccio intorno alla sua vita. Avvicino la sua mano al naso. Lavanda.

Appoggia la fronte alla mia, una lentezza calda.

Il suo respiro copre il mio e si sta così vicini da rimanere fermi.

Spinge con la mano la mia nuca. Faccia contro faccia e intreccio di bocche.

Ora respirano solo i nasi e niente è così forte da staccarci, adesso.

 

Lui e la carbonara

E’ buio. E’ già da me. Sento rumori provenire dalla cucina ma non oso avvicinarmi. E’ Lei e lo so. Tra l’imbarazzo di avere un’estranea in uno spazio privato e l’emozione di scoprire che mantiene la parola data, poggio il cappotto e resto in salone. Mentre sto di spalle sento le sue dita passarmi sul collo; seguono linee da un orecchio ad un altro. Non capisco il suo gesto silenzioso, mi giro. Dice che ho due rughe che ricordano una strada, due tagli e tanta vita. Ha un vestito bianco che sfiora il corpo in tutti i punti, un ciliegio in fiore. Siamo in piedi. E’ lei a portarmi in cucina, tavola apparecchiata, bicchieri di vino rosso e due piatti ricchi. Capisco poco di lei, ma ancor meno di me. Mi siedo alla mia tavola e chiedo cosa significa tutto quello. “Cucino per te. Solitamente è il cliente a scegliere cosa mangiare ma stasera è un’eccezione. Tu sei un’eccezione.”dice. “La distanza tra noi è come quella tra il mio nord e il tuo Sud.- continua- Carbonara con lardo di colonnata e ‘nduja.” Continua ad essere lei quella che confonde e osa. Chiede se ha indovinato la mia regione del Sud. No. I miei sono di un paese lucano. Pochi conoscono la mia terra e già sfiorarla è buon segno. Non ha indovinato l’ingrediente giusto, ha un labbro imbronciato e mi piace. “Senti Tamina, non è che ti interessa sapere il mio nome?” ” Me lo dirai.”risponde” Ma non ora.”

Cuffie del ciclista

Lui e la corsa verso casa

Il concerto finì.Le luci si riaccesero e tutto tornò normale.

Non dissero una parola. Rimasero in silenzio.

All’uscita c’era sua madre ad aspettarla. Lei fece due passi per andarsene. Lui, per la prima volta, non esitò, non ritrasse la mano. Serrò la presa e la tiro a sé.

Quello che seguì sorprese anche lui. La baciò.

Ora con le cuffie, pedalava a perdifiato. Era l’abbraccio del vento ciò che voleva sentire sulla pelle. Era una corsa romantica quella che questa sera lo spingeva verso casa. Filava dritto, consapevole che nulla sarebbe stato come prima.

Pensai che l’indomani avrei dovuto gonfiare le ruote della mia bicicletta, anche se probabilmente non appena l’avessi fatto sarebbe ufficialmente iniziato il freddo.

Ciclista

Il ciclista

Tutto era iniziato un paio di mesi prima. Una fila infinita al botteghino per prendere quei due biglietti. Ne aveva comprati proprio due ma non sapeva chi invitare, o meglio… avrebbe voluto invitare lei, ma quella strana ragazza non avrebbe mai accettato. E come poteva farlo; d’altronde non era mai riuscito a farle capire quanto fosse interessato, o  meglio, innamorato.

Si era sempre mantenuto a distanza di sicurezza.  Da quella prima sera in birreria, incontro dovuto ad amici comuni.

Vicino il giusto per parlarci, confidarsi, vedersi, ma non abbastanza per raccontarle la verità. Ormai si era abituato ad accontentarsi.

I rischi che prendeva erano sempre calcolati: per ogni cosa detta seguivano, puntualmente, qualche giorno di silenzio, una ripresa lievemente distaccata e infine una secca smentita.

Non poteva certo rischiare di perdere il terreno che aveva conquistato a fatica.

Così viveva consapevole che, per godere di quel poco, non avrebbe mai avuto tutto…e solo  per la paura di non avere niente.

Per i biglietti aveva fatto la stessa cosa. Li aveva comprati in uno degli sporadici impeti di coraggio, salvo pentirsene subito dopo.

Non sarebbe mai riuscito ad invitarla e in fondo non voleva nemmeno regalarglieli entrambi perché quel concerto non se lo sarebbe perso per nessuna ragione.